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Bëgn udüs. Benvenuti. Wilkommen

Mai come in quest'anno strano mi è mancato sciare. Mi è mancato respirare quell'aria frizzante e immergermi in quello splendore che sono le Dolimiti. Non può che cascare a fagiolo quindi questa piccola fotografia, un gorgo di ricordi che si mischiano tra di loro delle mie settimane bianche da piccolo.

Ma ci sono dei punti fermi.

Alla mia famiglia, che mi ha concesso il privilegio di imparare e conoscere quei posti meravigliosi. alla famiglia Fognani ( Alessandro Fognani Marco Fognani ) che senza di voi non sarebbe stata la stessa cosa.

A Ivo Pezzedi e Mitti, la dedico anche alla vostra famiglia, alla Herta ed a Siegfried. A Corvara ed alle Alpi, terra di grandi Maestri e di bei momenti della mia infanzia e non solo.

Speriamo di poterci godere presto una grappa sulle piste insieme. Dopotutto è anche grazie a voi che ho questi bei ricordi.

Ci sono delle notti in cui il sonno arriva a fatica, in cui è solo un leggero velo che copre qualcosa che corre con la forza dell’energia elettrica nel vostro corpo.

Quando ci si gira e rigira nel letto cento, mille volte con un solletico nervoso che scorre su e giù, dai piedi alla testa.

Quando si ha voglia che sia già mattina, per scalciare via le coperte, saltare giù dal letto e liberare finalmente le gambe che non vedono l’ora di mettersi in moto.

A me capitava così almeno una volta l’anno, quando ero bambino. In genere in una grigia e fredda mattina tra Gennaio e Febbraio.

Il motivo era solo uno: si partiva per la settimana bianca.

La sveglia arrivava presto, alle 6:45 per essere puntuali. Non facevo in tempo a sentire i primi rumori dalla camera dei miei genitori ed ecco come un turbine mia sorella Viola che saltava sulle coperte gridando. «Partiamo, partiamo! Andiamo a sciare!», seguiva la voce di mia madre che entrava nelle nostre stanze per spingerci a prepararci «Dai, dai! Chi non è pronto non parte per la montagna!».

Non sapeva che Viola ed io eravamo pronti dalla sera prima.

La nostra auto, una bmw 318 station wagon blu notte che avevamo negli anni ‘90, era parcheggiata già stracarica.

Si passava buona parte della sera precedente ad aiutare papà nel sapiente lavoro d’incastro artistico di borse, valigie, sci, scarponi, zaini e generi alimentari da portare in vacanza.

Lui allungava la mano studiando concentrato lo spazio rimanente in quei quattro metri cubi all’apparenza infiniti che ingoiavano con facilità ogni pacco che gli passavo.

Michelangelo che scolpisce La Pietà con i suoi fidi discepoli a dargli man forte.

Quando finalmente si partiva, il segnale orario di Radio1 sembrava sempre severo nel ricordarci che eravamo puntualmente in ritardo rispetto ai programmi.

Avevamo un appuntamento da rispettare.

Quello con i nostri compagni per le settimane bianche. I nostri carissimi amici di sempre, ‘’quasi cugini’’, la Famiglia Fognani.

Ci aspettavano a bordo della loro Passat bianca alla piazzola dell’autostrada A1, sempre in anticipo rispetto a noi poveri artisti del portabagagli pieno.

Un rapido saluto dal finestrino con i nostri cugini, Alessandro e Marco. Uno sguardo corrucciato di Zio Maurizio e Zia Annalisa come a dire «Anche quest’anno siete in ritardo, eh?».

Le spallucce di scusa di mio padre Leo come a dire " Che ci vuoi fare? L’arte richiede tempo" e quello era il segnale. Si parte!

Iniziava la vacanza nella vacanza che era il viaggio che ci portava da Roma ai bianchi paesaggi altoatesini.

Ogni volta era una piccola avventura agli occhi del me bambino ed inevitabilmente si mescola nella memoria abbracciando le decine di settimane bianche che abbiamo passato insieme. Le sempre troppe fermate alle stazioni di servizio che disintegravano qualsiasi tabella di marcia i nostri genitori pianificassero, i panini che si compravano lì erano i più schifosi ed i più buoni dell’anno, le patatine al gusto paprica che prendevamo per fare merenda e che si trovavano solo in certi autogrill.

Poi iniziava il gioco di prestigio di scambi di figli e nipoti dalle rispettive auto.

Dopo la prima tappa già si perdeva traccia di chi montava nei sedili posteriori delle rispettive auto. Era una danza fatta da ballerini esperti per confondere le idee e per mettere alla prova la pazienza dei propri genitori.

Marco, circa della stessa età di Viola, spesso andava nella nostra auto e io nella loro, per giocare con mio cugino Alessandro che invece era appena di un anno più grande di me.

Ma era solo una cortina di fumo che noi, sapienti strateghi, gettavamo negli occhi dei poveri adulti per scombussolare il viaggio quando meno se lo aspettavano. Poveri loro!

Ognuno di noi cugini portava qualcosa di nuovo, in un turbinio di oggetti colorati che riempiva inesorabilmente i sedili posteriori delle auto. Alcune volte erano giochi di carte, altre volte qualche gioco di società, raramente qualche videogioco.

Ascoltavamo la musica dallo stesso lettore CD dividendoci gli auricolari, quei lettori di compact-disc portatili Sony che sono ancora marchiati a fuoco nei ricordi di ogni teenager degli anni ‘90 e che da lì a poco sarebbero stati sostituiti dai primi lettori mp3. Bolidi luminosissimi nel cielo stellato dei must-have di ogni ragazzo di quella decade, spariti sull’orizzonte dell’avanzamento tecnologico che li ha fagocitati in un sol boccone.

Ciao funzione anti-shock che non funzionava mai. Spero tu stia bene lassù, nel paradiso della tecnologia.

Spessissimo mi perdevo in qualche libro che mi portavo sempre dietro, anche più di uno. Mi tuffavo in pagine di avventure fantasy lasciando scorrere ai finestrini tutte le sfumature dei paesaggi dello stivale. Mi lessi buona parte del Signore degli Anelli di Tolkien così: tra un richiamo esasperato di mia madre che diceva avevo troppo il naso nelle pagine non godendomi il paesaggio, ed un tramezzino in sosta all’autogrill di Cantagallo.

Nel frattempo la vacanza nella vacanza scorreva rapida. Il processo di cambiamento del mondo intorno a me è ancora vivido nella mia mente.

L’appennino lasciava spazio alla pianura. Saltavamo il Po in un vortice di colori e si era sulla strada verso Verona, e più in là le Alpi, la nostra meta, si estendevano come una muraglia che splendeva d’argento ed indaco nel pomeriggio.

La pianura veniva sostituita gradualmente con alture, poi con i primi monti delle pre-Alpi che facevano da guardia a quella meravigliosa regione come guardiani immortali.

La strada iniziava a salire delicatamente intorno a noi, lentamente sollevata dalla terra da questi esseri ciclopici. Mettevamo una canzone di Battisti o di Zucchero e ci lasciavamo cullare da mastodontiche presenze di granito alte centinaia di metri.

Le brume della pianura di colpo divenivano un fiume che ci scorreva accanto, accompagnandoci mentre penetravamo in quel nuovo regno. I vigneti coltivati quasi in verticale adornavano piccoli castelli e cascine a guardia di curve delicate della valle montana che, lentamente, si stringevano su di noi.

Superavamo i tunnel che l’autostrada ci presentava...e finalmente la sorpresa, attesa ma sempre nuova: i paesaggi a tinta unita di verde e marrone con merletti di sfumature crema e grigio di roccia dolomitica si arricchivano della purezza del bianco della neve, punteggiava la valle boscosa in salita come lo zucchero a velo su una torta al cioccolato.

Finalmente l’autostrada, l’ultima vestigia del mondo ‘’basso’’ era abbandonata in favore di strade montane che profumavano di conifere e dove l’aria sapeva di buono.

La lingua d’asfalto era come incastonata tra abeti centenari di un verde così intenso che faceva quasi male agli occhi. Torreggiavano su di un sottobosco di aghi di pino beige e rocce muschiate.

Ogni tanto un guizzo di qualcosa di vivo ci ricordava che la vita era pulsante in quei monti.

Gli abbondanti tornanti ci accompagnavano sempre più in alto a sfidare quelle vette, il cui passato affonda in oceani; ci guardavano con la severità di insegnanti indecisi se darci una lezione di fronte a tanta insolenza e con l’amore di una madre, che accoglie tra le sottane il figliol prodigo.

Eravamo una processione di pellegrini venuti da lontano per ammirarne le forme. Timidi uomini che irrazionalmente abbassavano il volume della radio per onorare il paesaggio.

Umili, di fronte alla maestosità delle Dolomiti.

Le prima asperità venivano superate agilmente dalla nostra piccola carovana: anche se arrivavamo da lontano eravamo esperti nel divorare le insidiose salite costellate da auto ferme, guidatori alle prese con ruote che slittavano e rompicapi di catene da neve da montare.

Ci lasciavamo alle spalle i meno degni senza guardarci indietro. Nessuna pietà.

Con l’ultimo miglio di danza le nostre auto scavallano il Passo Gardena e lì lo vedevamo,, il segnale: ‘’ Bëgn udüs. Benvenuti. Willkommen - in Alta Badia’’. Anche quell’anno eravamo stati ricompensati per il nostro viaggio.

Bëgn udüs...benvenuti. Come suonava strana quella lingua montana, il Ladino, alle nostre giovani orecchie quando la gente del posto ci salutava in giro per il paese! Ma col tempo divenne sinonimo di vacanza e dei profumi freddi ed esotici di quelle valli.

Corvara ci aspettava qualche chilometro più giù. Già la si poteva scorgere. Si sviluppava placida nell’ultimo budello della Val Badia. Comoda e satolla sembrava distesa lungo la valle come una nobile Etrusca dopo un pranzo luculliano.

L’eccitazione e l’estasi della fine del pellegrinaggio coglieva tutti grandi e piccoli. Finalmente eravamo arrivati. Scivolavamo per le stradine di Corvara con le auto sbuffanti dal viaggio scorgendo da lontano un tetto amico di legno scuro. Unico, indistinguibile.

Da sempre le nostre famiglie, e prima ancora mio padre e mio zio, alloggiano al Garnì - il nome per affittacamere o albergo in Alto Adige - ‘’Bonaria’’.

Di più: sin dalla sua fondazione.

I due ebbero l’onore di conoscere giovanissimi uno dei Re di queste valli. Il loro, e di conseguenza anche il nostro, Maestro di sci. Espertissimo di ogni tipo di tecnica, rifugi, piste, salti e passaggi segreti lungo tutto l’arco delle Alpi.

Mi capitò in età adulta di parlare con maestri di sci di località molto lontane che al suo nome chinavano il capo in segno di rispetto.

Parlo di Siegfried Pezzedi, l’uomo cui devo la passione smisurata con la quale mio padre ci conduceva quasi tutti gli inverni in questi meravigliosi posti sin dalla tenera età di 4 anni.

Lo conobbero, ventenni, alla fine degli anni ‘60, quando vennero le prime volte in questo angolo d’Italia che sapeva molto d’Austria.

Fu il loro primo Maestro di sci.

Fecero subito amicizia, complici il mix esplosivo rilasciato dalla simpatia romana e la sottile ilarità montana. Da allora tornarono tutti gli anni a Corvara, con Siegfried come maestro e Cicerone di segreti salotti fatti di grappe, storie di caccia ed intrighi di valle che non sfigurerebbero in numerose cronache di corte.

Pochi anni dopo Siegfried aprì il suo piccolo Albergo con sua moglie, Herta.

Papà e zio Maurizio sono ospiti al Garnì Bonaria sin da allora. Noi che siamo la loro fiera prole si può dire che lo abbiamo vissuto in fasce. Forse io e i miei cugini siamo stati anche concepiti lì. Mi piace pensarlo.

 

Ci aspettavano nell’atrio pieno di mobili in legno chiaro intagliato a mano, tipico delle Dolomiti. Io ed Alessandro non facevamo in tempo a posare le prime borse che il rito cominciava. Il Maestro era un uomo alto, di qualche anno più grande di mio padre ma sembrava più anziano.

No.

 

Antico era il termine giusto, con la pelle del volto abbronzata, cesellata in legno e cuoio, forgiata in un labirinto di rughe dal sole e dalle intemperie delle altitudini. Il prezzo da pagare alle divinità delle valli per vivere in questo spicchio di paradiso. Dava l’impressione di un uomo burbero ma i suoi lineamenti erano addolciti da occhi scherzosi come quelli dei bambini, la bocca era uno squarcio bianco sempre pronto al sorriso, consapevole di uno scherzo che conosceva solo lui. Apparentemente smilzo aveva in realtà la consistenza di una quercia. Le sue mani facevano il paio alla pelle del volto: pesanti, callose, eppur gentili.

Siegfried ci prendeva le misure girandoci lentamente attorno. Poi si fermava soddisfatto e commentava, dandoci una pacca sulla testa, «Siete cresciuti eh? Bene perché quest’anno facciamo cose difficili...non ho ancora deciso se vi porto a fare i paletti - per i profani è l’allenamento preparatorio allo slalom, avete presente Alberto Tomba ai bei tempi? Beh, noi non eravamo così ovviamente ma ci provavamo - o vi porto direttamente a fare il giro dei Quattro Passi che quest’anno ci sono un bel pò di salti nuovi».

Un pò come dire «Non so se portarvi alle giostre o tenervi sui ceci a studiare tutto il giorno».

Con Alessandro ci guardavamo, e sorridevamo.

Sarebbe finita che avremmo fatto entrambe le cose. Come sempre.

Herta accanto a lui salutava le nostre famiglie con un perentorio e musicale «Allora!». Come a dire «Allora! ce ne avete messo di tempo per arrivare eh? Ma visto che in fondo vi voglio bene, ho preparato anche quest’anno i biscotti con lo zucchero a velo sopra. Sono nelle vostre stanze, sul frigo».

Quante cose si possono comunicare con una parola.

Nel tempo avevamo imparato a capire tutte le sfumature del suo «Allora!». Molto dipendeva dall’accento sull’ultima ‘’a’’.

Badate, poteva anche servire da avvertimento.

Come quando ci trovava nella sala adibita alla colazione al piano terra a giocare a Monopoli, invece di fare i compiti. Il suo «Allora!» aveva tutto un altro tono in quelle circostanze!.

Se Siegfried era il Re delle piste lei sicuramente era la Regina del focolare domestico e gestiva, allora come ora, la loro Pensione con la precisione di una guardia svizzera.

E si vedeva.

Il Garnì era piccolo ma accogliente. Si sviluppava su tre piani con 3-4 tra stanze ed appartamenti a piano. Tutto era curato con quelle semplici finiture ed arredamenti in legno così comuni nelle Alpi Dolomitiche che trasmettono un fascino senza tempo e sono fatte per durare.

Quasi ogni mobile era carico di foto, coppe, medaglie e riconoscimenti sportivi di Siegfried e dei suoi figli, Ivo e Mitti, anch’essi maestri di sci ( ovviamente ). Solo verso il piano terra, vicino alla zona dove vivono, le coppe e le medaglie venivano sostituite da foto sbiadite della gioventù di questa coppia felice e senza tempo. Segno del confine tra il dominio del Re e quello della Regina.

Il profumo di lillà e di rosaspina selvatica pervadeva le scale, racchiuse in un corrimano di ferro battuto, che scorreva dal piano terra verso il terzo piano mansardato.

Un semplice cartello di carta plastificata con su scritto - Non salire con gli scarponi da sci ai piedi - rompeva l'atmosfera artigianale di quel luogo.

Ovviamente noi quattro ci salivamo puntualmente, guadagnandoci degli «Allora!» molto, ma molto irati dalla Regina.

Infine cominciavano le agognate giornate di sci, con tanto di scuola Ski ogni benedetta mattina.

Infine cominciavano le tanto agognate giornate di sci, con tanto di scuola Ski ogni benedetta mattina.

Io e Ale baravamo sempre durante la selezione per essere messi nello stesso gruppo. Lui all’epoca ( e forse non solo ) era più bravo di me.

Attendevamo in fila insieme agli altri ragazzi che passasse il maestro di sci incaricato della selezione delle classi dopo un brevissimo provino fatto in 50 metri di pista .

«Tu si, tu no, tu in classe 5, tu rimani qui…», arrivava da noi e di solito ci indirizzava con una pacca sulla testa in classi diverse ma «vicine».

Le separava con dei bastoncini da sci piantati a mò di bandiera a dividere i gruppi di sciatori in erba.

Bastoncini che magicamente si spostavano per comprendere me o Alessandro nelle classi di uno o dell’altro. Gli altri ragazzi ci guardavano inorriditi, come ad accusarci di aver dissacrato chissà quale momento ufficiale.

Non sapevano che lì noi eravamo quasi di casa.

In genere il maestro, che spesso era quello dell’anno precedente, se ne accorgeva. Alzava gli occhi al cielo, si girava e continuava il suo giro di battesimi «Tu si, tu no, tu sei del corso principianti…» .

Con Alessandro ci scambiavamo sguardi soddisfatti: anche per quell’anno era andata.

Quelle mattine sono un caleidoscopio confuso che si mescola come i colori nella tavolozza di un pittore..

Le corse con Alessandro a cercare più salti possibili lungo la pista, in barba alle indicazioni delle nostre guide.

Le gite sul ghiacciaio della Marmolada, dove il cielo era del vero azzurro e la luce che riverberava sul ghiaccio della pista faceva male agli occhi. Dove ti potevi riempire i polmoni di aria purissima, giusto il tempo per tuffarti lungo una delle discese più panoramiche delle Dolomiti.

Le gare nel superare tutti nella fila indiana che si creava: serpentoni con alla testa un maestro in tuta rossa o blu e lunghe lunghe code di studenti carichi di paura, eccitazione, frustrazione per l’ennesima caduta o semplicemente stupore per quegli scenari algidi ma caldi, tinti di rosa e cremisi delle vallate dolomitiche a Gennaio e Febbraio.

Gli impianti sciistici ci davano il benvenuto il suono ritmico delle sedute delle seggiovie che arrivano sferragliando veloci dalla stazione a monte. Vere e proprie metropolitane montane, arterie fatte di metallo che portavano il flusso vitale del turismo in questo regno.

Prima di pranzo, finite le rispettive lezioni, papà e zio tornavano dai loro misteriosi giri mattutini raccogliendo la loro prole alla partenza del Col Alto, il principale impianto di allora di Corvara.

C’era sempre il tempo per qualche pista tutti insieme prima di pranzo ed i nostri genitori, insegnanti severi ed esigenti, volevano sempre controllare se i loro pargoli si stessero forgiando a dovere nei sacri fuochi dello sci alpino.

Come moderni maestri ninja che valutavano degli studenti ancora acerbi nelle arti segrete dell’antico oriente.

Noi ragazzi in realtà avevamo solo voglia di divertirci e spesso mal sopportavamo le loro lezioni, ma li devo ringraziare se adesso mi reputo discretamente bravo.

Zio Maurizio prendeva la parola, con il suo fiero accento toscano, che si fonde con la sua parlata romana, rendendola tutt’ora unica e simpatica nonostante la durezza delle sue spiegazioni sulle tecniche sciistiche. «Allora ragazzi, busto a valle, anca a monte…» mentre parlava si metteva in posizione come un manichino, con il busto piegato in una posa concentrata lasciandosi scivolare leggermente verso valle «... poi sposti il peso, il peso sullo sci a valle mi raccomando! Quando fai la curva ti pieghi, giù….giù ‘Sandro! non stare in piedi! Ti pieghi giù, punti la bacchetta e ti tiri su come una molla e fai la curva»...e bum! Di colpo si tirava su alleggerendo il peso sugli sci ruotando nella tanto agognata curva, «...poi si ripete. Adesso Leo scende e vi fa vedere. Voi partite quando ci fermiamo così ci fate vedere se avete capito!».

A quel punto papà partiva con la velocità di un falco.

Scendeva rapido la discesa con l’agilità di un uomo di quindici anni più giovane disegnando nel muro della pista una linea di curve eseguite con la cadenza di un metronomo ben costruito.

Trapuntava la distesa bianca di una serpentina perfetta. Un sapiente sarto che eseguiva un gigantesco punto e croce su un lenzuolo di neve e ghiaccio.

Noi cugini ci scambiavamo sempre qualche battuta lamentosa. Trucco per allentare la tensione che ogni figlio conosce quando sta per essere giudicato dai propri genitori.

Ci provavamo con tutto il cuore ma non saremmo mai riusciti a emulare degli sciatori così navigati.

In compenso avevamo la completa assenza di paura che solo un gruppo di pesti cresciuti a suon di settimane bianche sin dalla tenera età poteva avere.

Com’era? Anca a monte e peso a valle? Il tentativo di seguire la perfezione tecnica durava il tempo in cui la velocità portava quell’ebrezza di libertà e godimento che cercavamo.

Quando l’aria fischia nelle orecchie ed il vento freddo della montagna ti frusta così forte da farti intorpidire le guance, penetrando nel tessuto di pile del berretto.

A quel punto tutto svaniva e rimaneva solo la voglia di proseguire. All’infinito.

Mi capita ancora oggi quando vado a sciare.

Spesso finiva che cadevamo, sbilanciati da qualche mucchio di neve fresca o da una pendenza improvvisa. Ci ridevamo su. Con papà e zio che si mettevano le mani nei capelli.

Alcune rare volte eravamo più diligenti e ci facevano i complimenti, ma non gli volevamo dare troppa soddisfazione.

E’ grazie alla loro perseveranza ed a queste lezioni draconiane che nel tempo, crescendo, i pezzi sono andati al loro posto. Lentamente assorbiti dalla mente e dai muscoli fino a convergere nelle tecniche che così disperatamente cercavano di insegnarmi da piccolo.

Come una pianta che viene inaffiata ma che non fiorisce mai, fino ad un bel mattino, in cui non trovi un bocciolo che non ti aspettavi.

Me ne accorsi la prima volta durante le settimane bianche con i compagni di liceo.

Movimenti che altri amici, non proprio inesperti, trovavano difficili o facevano in modo approssimativo a me venivano naturali. Fu un balsamo per la mia popolarità,non esattamente altissima, al liceo,.

Lì mi sono reso conto quanto avevo appreso da piccolo e che valore avesse.

Verso l’ora di pranzo arrivavamo, sferragliando a bordo di qualche seggiovia, al rifugio dove ci attendevano mamma e zia. Ci aspettavano su qualche terrazza panoramica salutandoci da lontano con la mano come si fa alla stazione quando parte il treno.

Avevamo sempre una fame da lupi.

Entravamo con passo baldanzoso in questi rifugi di legno stracolmi di sciatori dalle tute multicolori. Penetravamo con agilità il muro degli aromi speziati della cucina Ladina misto al vago sentore di fumo di sigarette e di grappa al ginepro.

Avevamo la tracontanza di cowboy affamati che entrano in un saloon del Far West dopo una galoppata di centinaia di chilometri nel deserto del Colorado.

L’andatura, almeno, era quella a causa dei maledetti scarponi che ti costringevano in continuazione ad un passo di danza ‘’Tacco-punta-tacco-punta’’ per evitare di scivolare.

Dovevamo essere una scena buffissima ma eravamo talmente bramosi di cibo che non ce ne fregava niente.

Ci lanciavamo sul bancone del rifugio valutando le pietanze esposte: speck con la Puccia - il pane scuro col sesamo che usano in quelle valli - polenta con i funghi, gulash piccante o semplicemente un panino con la salsiccia.

Ci saremmo divorati tutto.

Satolli e felici come pulcini avevamo giusto il tempo di una veloce pausa che arrivava il momento più sfidante della giornata.

La prova più dura.

La lezione privata con Siegfried.

Un misto di stanchezza ed eccitazione pervadeva Alessandro e me, i "grandi" cui erano riservate quelle lezioni segrete.

Altre due ore su piste ancor più difficili e ghiacciate delle precedenti.

Ci sentivamo come scudieri che erano stati selezionati per un apprendistato durissimo dal loro signore per avere l’onore di servirlo in futuro come cavalieri investiti.

Certo, sarebbero state adornate di rovinose cadute, sederi lividi, muscoli indolenziti ed arti semi congelati in guanti di goretex completamente zuppi.

Ma sarebbero state anche piene di nuovi posti da esplorare, rifugi in cui comprare cioccolate austriache dai gusti improbabili e stradine segrete da percorrere in mezzo a folti boschi che sfociano all’improvviso in un salto bellissimo, di quelli che ti fanno salire lo stomaco in gola.

Cose che solo un Maestro come Siegfried poteva darti.

Il suo modus operandi era portarci sempre in piste riservate a sciatori più esperti. Il suo grande classico, che divenne poi la nostra pista preferita, era la Gran Risa, celebre tappa del mondiale di sci alpino.

Semplicemente una delle piste con la più alta pendenza delle Dolomiti: 63% nel punto massimo.

In più, il percorso della Gran Risa dopo pranzo si trasformava, rendendo il suo chilometro e mezzo circa ancora più insidioso.

Stanca e provata dalle centinaia di sciatori che l’avevano usurata senza rispetto nell’arco della giornata, tirava fuori gli artigli sotto forma di lunghe lastre di ghiaccio dalle mille sfumature turchesi. La neve accumulata dalle lunghe ore di divertimento dei turisti della mattina si trasformava in dossi biancastri e compatti alti fino alla vita, con a volte un ancor più aspro dislivello dal lato nascosto, verso valle.

Lì dove c’erano le strettoie a volte spuntavano fuori dalla coltre bianca dei sassi di granito della grandezza di un pugno a rendere ancora più difficile mantenere la stabilità.

Negli anni ‘90 il canalone era largo appena qualche decina di metri in diversi punti ed il percorso, quando curvava cambiando direzione nel bosco di abeti e conifere, prendeva una pendenza quasi verticale.

La Gran Risa. Tradotto dal Ladino: la grande spaccatura.

Un inferno algido lungo il fianco della montagna.

E noi, degli sbarbatelli, vedevamo solo stupore nei volti degli adulti che superavamo con facilità ed un pò di incoscienza, affannandoci dietro al nostro Guru e divinità montana.

Quante cadute abbiamo fatto su quella pista non lo posso ricordare. Ma sicuramente ricordo il valore di rialzarsi, sempre, che quel luogo mi ha dato.

La settimana bianca trascorreva così. Rapida. Sempre troppo rapida. Più veloce di quanto mai saremmo potuti andare a ‘’uovo’’ con i nostri sci.

Tra un cioccolato caldo al Cafè Corvara, tra una scorpacciata di canederli in brodo o di cervo con i mirtilli era già ora di ricominciare il rito dell’incastro dei bagagli nelle rispettive auto, e del lungo viaggio di ritorno. Questa volta tinteggiato di malinconia e non più di euforia.

Con gli anni siamo cresciuti. I miei genitori e gli zii sono invecchiati.

Ognuno ha cominciato ad avere i propri impegni grandi e piccoli: prima con lo studio poi con il lavoro.

Le occasioni per fare una settimana bianca tutti insieme sono lentamente scemate.

Il ridente Siegfried, il Maestro che scendeva le piste scherzando con uno sci solo per farci divertire e che ci faceva bere il Cioccolato caldo corretto con il liquore nelle Baite del monte Boè sopra Corvara, se n’è andato, dopo aver combattuto la sua battaglia contro una brutta malattia.

Ha eseguito l’ultima discesa, anca a monte e busto a valle, con la sua tecnica perfetta e molleggiata sulle gambe. Scivolando elegante e rapido sull’ultimo pendio. Scomparendo alla vista nel cambio di pendenza con un ultimo guizzo pregno di agilità e tecnica.

Là, dove non possiamo più seguirlo.

Ma Siegfried, stai tranquillo, hai vinto la guerra della tua eredità. La portano avanti i tuoi figli, i nuovi massimi esperti di quelle valli, insieme a noi, i bambini ora adulti a cui hai insegnato.

Il Garnì Bonaria è sempre li, immacolato ed imperituro in quelle valli gelide solo per le temperature. Con la sua regina del focolare, Herta, solerte nel gestire tutto, accogliendo ospiti a suon di dolci appena sfornati.

Quando posso cerco sempre di organizzare una settimana di sci a Corvara. Alcune volte riesco ad organizzare con miei cugini, altre con amici. Altre volte purtroppo non ci riesco.

Ma quando supero Passo Gardena ed entro in quel mondo, mi sento rigenerato, mi sento sempre bambino, mi sento sempre a casa.

Bëgn udüs. Benvenuti. Willkommen.

Bëgn udüs in Alta Badia.

 

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